S. Maria del Bosco - Santuario Perello

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S. Maria del Bosco

Il Santuario





IL SANTUARIO DI SANTA MARIA AD ELISABETTA DEL BOSCO


Che il primo Santuario sia di antiche origini e sia stato eretto anche grazie alla magnanimità dei familiari del veggente lo si può dedurre da alcuni testamenti redatti nei primi decenni del XV secolo. Infatti, Gioanina Carrara vedova di Giovanni Forte de Grigis, nel suo testamento, redatto pochi decenni dopo l’evento miracoloso, lascia 10 soldi per migliorare la chiesa di S. Maria de Bosco cioè di Perello.
Dopo questa donazione, rimasta isolata per molti anni, col tempo arrivano altri lasciti testamentari, da parte dei discendenti la famiglia di Ruggero di Giovan Forte de Grigis, che hanno come beneficiario il Santuario, lasciti abbastanza consistenti da utilizzare per fare migliorie al Santuario.

1. Nascita e sviluppo del Santuario

L’evento miracoloso della nascita del germoglio d’ulivo sul tronco secco di faggio, convince gli abitanti di Sambusita e Rigosa della veridicità dell’apparizione e a pochi giorni dall’ultima apparizione incominciano a costruire un luogo di culto dedicato alla Visitazione di Maria a Santa Elisabetta. L’edificazione del Santuario è frutto del lavoro e delle elemosine degli abitanti di Rigosa e Sambusita e questo è attestato in un documento del 4 febbraio 1480 dove l’illustrissimo Mons. Ludovico Donato, vescovo di Bergamo scrive: “… Convinta l’incredulità de’ popoli, animati da uno spirito di vera divozione . ed affetto verso la grande Regina del cielo e della terra; e conoscendo che ciò era per essi una grazia singolarissima, non tardarono a dar mano all’opera. Ai 19 dello stesso mese di Luglio dello stesso anno 1413 diedero principio alla fabbrica …” . La Madonna aveva chiesto la costruzione di una cappella. Gli abitanti di Rigosa e Sambusita, che all’inizio ascoltarono increduli il Racconto di Roggiero Grigis, sono andati ben oltre la costruzione di una piccola chiesa. Infatti a partire da quella data, sono ben tre gli edifici costruiti, l’uno sopra l’altro, nell’arco di poco più di un secolo.
Per erigere tre luoghi di culto sempre più ampi nell’arco di 150 anni, significa che l’eco dell’evento miracoloso e della devozione a Maria in quel luogo aveva varcato i confini della valle dell’Ambriola e una conferma la troviamo nei verbali della Visita Apostolica dell’Arcivescovo metropolita di Milano. Stando alle note lasciate dal cardinale Carlo Borromeo, in questo Santuario sperduto tra i boschi su una montagna e raggiungibile solo attraverso sentieri impervi,  in occasione dell’anniversario dell’apparizione, il 2 luglio, vi convenivano fino a 4000 persone e si celebravano fino a 25 Sante Messe .

a) La cappella primitiva o cripta

La prima piccola cappella viene edificata già a partire dal 1413, scavando la montagna per ricavare un piano e utilizzando le pietre ricavate dallo sbancamento del pendio per la sua costruzione, come afferma nella sua testimonianza del XVIII secolo, pre Giacomo Gritti de Rogiero Curato di Villa di Serio, lontano discendente della famiglia di Rogiero Grigis.
Una prima descrizione sommaria della cappella primitiva, o come detto in gergo: “dell’apparizione”, si deve attendere la Visita apostolica del cardinale Carlo Borromeo. Nei verbali redatti in tale occasione si legge infatti: “ “…Ecclesia ... S. Mariae ed Elisabet del Bosco … Est divisa in tres partes: inferior habet unicum altare in cappella fornicata, picta, sed obscura, quia habet unicam fenestram prope altare a latere evangelii … Prope portam a latere dextro. Est imago S. Marie, ubi dicitur fuisse initium multo rum miraculum, quibus claret dicta ecclesia …” .
Questa prima cappella, databile nella prima metà del XV secolo fatte salve alcune modifiche apportate lungo i secoli, la possiamo ammirare ancora oggi.
Stando alla descrizioni fatte dal cardinale Borromeo, all’origine la posizione della chiesetta era secondo il criterio liturgico del tempo, cioè con l’altare posto ad oriente e la porta di accesso a sera. Quando sia stato cambiato l’orientamento della cappella non lo si conosce con certezza, però si potrebbe ipotizzare, in base a una data incisa sullo stipite dell’attuale sacrestia, intorno al 1671 .  
Oggi alla cripta dell’apparizione si accede mediante una scala. Sulla parete di fondo spicca l’altare in marmo di colore nero con intarsi floreali di marmo colorato, opera dei celebri intarsiatori in pietra della bottega di Andrea Manni di Gazzaniga , collocato in quella posizione nel 1666. Sopra l’altare, in una edicola è rappresentata la crocifissione di Cristo, un altorilievo in marmo bianco, pure esso attribuito alla bottega di Andrea Manni
In cornu evangelii, cioè nel punto dove la tradizione vuole sia avvenuto l’incontro del veggente con la Madonna e il miracolo dell’olivo, troviamo un piccolo altare con l’edicola contenente, il gruppo statuario raffigurante l’episodio della quarta apparizione, opera in legno scolpita nella bottega di Giuseppe Runggaldir ad Ortisei nel 1938 .
Anticamente, come si legge nei vari documenti, al posto della statua era collocato un affresco raffigurante l’episodio. Sotto l’altarino che regge l’immagine del miracoloso evento,  nascosto da una lastra di marmo posta ai piedi dell’edicola contenente il gruppo dell’apparizione, come raccontano le cronache del tempo, è celato il ceppo di faggio dal quale è scaturito il virgulto d’olivo che fino al 1705 era visibile ai fedeli. La decisione di nascondere alla vista dei pellegrini il ceppo di faggio è stata presa dal vescovo Luigi Ruzzini per evitare facili abusi e l’insorgere di superstizioni.
Sotto la volta del presbiterio un affresco ottocentesco raffigura la Visitazione di Maria a Santa Elisabetta. Il piccolo presbiterio illuminato da una piccola finestra è completamente chiuso da una cancellata.  
La piccola cappella illuminata da un’una finestra posta sulla destra della navata, come si legge nei verbali del 1575, aveva ed ha tutt’oggi una volta a botte, decorata con affreschi. Pure le pareti erano affrescate ma purtroppo oggi sono quasi completamente scomparsi. Gli affreschi che decorano attualmente la volta sono molto più recenti e databili nella seconda metà del XIX secolo. Quasi certamente tracce degli antichi affreschi possono essere nascoste sotto l’intonaco.
Poiché la prima apparizione avvenne il giorno 2 luglio, dedicato dalla liturgia del tempo alla Visita di Maria a Santa Elisabetta , questa cripta primitiva è dedicata alla Visitazione.
Ci si può chiedere come mai nella seconda metà del Seicento si è pensato di invertire l’orientamento della chiesetta primitiva. Penso di trovare la ragione nel fatto che il fedele, entrando nella cripta del miracolo, si trovasse di fronte a due presenze collocate in punti diametralmente opposti: l’altare ad oriente con la presenza dell’Eucaristia, logicamente la più importante, ed il luogo dell’apparizione collocato nel punto dove essa è avvenuta, cioè sul fondo della chiesa.
Questo portava logicamente ad una scelta nella quale, il più delle volte, chi aveva la peggio era la presenza di Gesù nell’Eucaristia. Infatti il pellegrino qui giungeva in particolare per vedere e pregare la Vergine dove aveva voluto porre i suoi piedi. Collocare l’altare con il tabernacolo accanto al Sacello dell’apparizione penso sia stata la soluzione più logica escogitata dai sacerdoti del tempo per ovviare all’inconveniente.
b) La seconda chiesa o chiesa di mezzo

Anche la descrizione della seconda chiesa, costruita dopo pochi decenni dalla cripta, la troviamo negli Atti della Visita apostolica del Borromeo.
Fino a non molti anni fa si pensava che questa seconda chiesa fosse stata costruita nel 1580, ma ciò non corrisponde a verità. Infatti documenti notarili ritrovati recentemente, ma soprattutto dalla lettura dei verbali della Visita Apostolica del cardinale di Milano, avvenuta nel 1575, si conferma che questa chiesa sia stata costruita prima di quella data. Infatti, si legge negli Atti della visita che la seconda chiesa: “… Altera ecclesia est magis ampla et in duas naves distincta, altera quarum navium est super praedictam ecclesiam: habet altare sub testudine cum icona inaurata…” .
A fugare tutti i dubbi, su quando inizia l’erezione del nuovo edificio, abbiamo il rogito notarile con il capitolato riguardante la costruzione della nuova chiesa conservato presso l’Archivio di Stato di Bergamo e del quale diamo qui una traduzione . Pertanto la costruzione della seconda chiesa inizia nel 1468 e termina dopo pochi anni. Di quella seconda chiesa, descritta anche da San Carlo Borromeo, oggi rimane ben poco poiché la struttura originaria nel tempo ha subito moltissime modifiche, la più devastante delle quali è stata quella attuata nel 1870.
Quello che oggi è un poco il luogo di passaggio e di disimpegno tra la cripta e la terza chiesa del Santuario, un tempo era dunque la seconda chiesa e che questo fosse un luogo di culto lo si può capir anche oggi sia dalla struttura architettonica che dagli affreschi conservati all’interno. Purtroppo lungo i secoli ha subito tante e talli trasformazioni che è quasi impossibile riconoscere l’originaria struttura architettonica. Si pensi che ad un certo punto la chiesa è stata divisa in due da un muro per ricavare sul lato dell’aula un facile accesso alla cripta e sul lato dell’abside un ripostiglio. Inoltre si è diminuita l’altezza con la costruzione di archi e cupole coprendo così anche parte degli affreschi posti nella parte alta delle due navate.
Particolare molto interessante, che troviamo in questa seconda chiesa, è la presenza di più di un affresco raffigurante la Madonna che allatta. Ciò fa pensare che qui si recassero un tempo a pregare sia le donne che chiedevano la grazia di diventare mamme, sia le partorienti per chiedere l’abbondanza di latte materno per poter allevare i piccoli figli. Tutto questo fa correre la memoria ai riti primordiali riservati alla dea della fecondità qui incarnata nella Santa Elisabetta, diventata mamma in tarda età, e dalla Vergine.
Quasi certamente questa seconda costruzione era a forma di portico, aperta sulla facciata da un arco di cui si vedono ancora i segni e con il tetto a vista, sostenuto da arcate che rivelano ancora nel sottotetto, sopra le volte attuali, tracce di dipinti tra i quali una bella Madonna seduta in trono che allatta il Bambino Gesù.
Questa seconda chiesa viene utilizzata per le celebrazioni liturgiche fino all’inizio del XIX secolo, presumibilmente fino all’ampliamento della terza chiesa, come si può ricavare dai decreti delle Visite pastorali compiute dai vescovi mons. Speranza, mons. Guindani e mons. Marelli  
Ai nostri giorni questa seconda chiesa restaurata e resa bella dal ritrovamento degli affreschi quattro – cinquecenteschi, serve solo come luogo di passaggio dal quale si scende verso la cripta dell’apparizione e si sale per accedere alla terza chiesa.

c) La terza chiesa o chiesa superiore

“… Altera ecclesia est supra alias duas … Tertia est praedicta cum unico altari …”. È la più ampia e la più artistica. “… Habet iconam inauratam …”   Così si legge nel Verbale della Visita del cardinale Carlo Borromeoa al Santuario del Perello tradotti e pubblicati dall’allora Patriarca di Venezia cardinale Angelo Giuseppe Roncalli. Questa breve frase conferma che la terza chiesa è anteriore alla data del 1586 come erroneamente hanno sempre scritto in altre piccole storie del santuario edite nei secoli scorsi. Una conferma, poi, che questa chiesa è della metà del Cinquecento ci viene data anche da una data incisa su uno degli archi che sostengono il tetto: 1567.
Certamente questa terza chiesa, molto più piccola dell’attuale, venne costruita sia per ovviare all’inconveniente di dover celebrare le funzioni in una chiesa aperta, come lo era la seconda che per accogliere il sempre più cospicuo numero di pellegrini che arrivavano in pellegrinaggio al santuario.
Non abbiamo una data certa della sua costruzione, però in base alle notizie a noi pervenute la costruzione di questo terzo edificio sacro è iniziata qualche anno dopo aver terminato la seconda chiesa e terminata molto prima del 1575, anno della Visita Apostolica. La costruzione è posta più a monte della seconda, utilizzando come appoggio la parete nord. Infatti, nel sottotetto della seconda chiesa si intravedono ancora due finestre murate e contornate da decorazioni.
Originariamente questo edificio era di dimensioni più ridotte, a due campate con tetto a vista e presbiterio a volta. “… Questa sebbene sia con un solo altare è però spaziosa e capace di molto popolo. In questa si celebrano le Officiature solenni …” .  Nell’arco dei secoli questa costruzione  ha subito varie ristrutturazioni pur mantenendone l’originaria struttura architettonica che però hanno alterato in parte l’interno originario.
Una prima ristrutturazione avviene nel XIX secolo e coinvolge anche la volta del presbiterio che viene ridipinta a forma di cielo stellato. Al centro del soffitto a botte viene affrescata l’immagine della quarta apparizione.  L’ultima ristrutturazione è quella effettuata nel 1939 mentre era parroco di Rigosa don Giovanni Gritti.
In tale occasione alle preesistenti cinque campate ne vengono aggiunte altre due per un totale di 8 metri. Nel contesto di questi restauri vengono eliminati il seicentesco pulpito in legno, staccati o fatti sparire gli antichi affreschi, eliminata l’ancona contenente il gruppo dell’apparizione e aggiunti due altari laterali ai lati del presbiterio, contenenti due tele raffiguranti i santi patroni delle due comunità parrocchiali: S. Pietro a postolo per Sambusita e S. Antonio abate per Rigosa .
Progettista dell’opera è stato l’ing. Gianfranco Mazzoleni il quale ha saputo ben armonizzare la parte nuova con quella cinquecentesca preesistente e riproducendo quasi fedelmente l’antica facciata volta a ponente. L’esecuzione dei lavori di ampliamento viene affidata all’impresa del capomastro Giovanni Magoni di Selvino.
Unico neo di questa ristrutturazione è da considerare l’apertura della porta di accesso alla chiesa sulla parete a valle, per effettuare la quale si è distrutto un affresco.
Nel 1958, su progetto dello stesso ingegnere che ha curato l’allungamento della chiesa, è stato rifatto l’altare e l’edicola dove è posto il gruppo statuario dello scultore Cappuccini di Milano. Il nuovo altare verrà consacrato dal vescovo mons. Giuseppe Piazzi il 2 luglio 1959 e nella pietra sacra saranno deposte le reliquie dei martiri S. Alessandro e San Valentino   Le ultime migliorie al santuario sono state fatte nell’ultima parte del secondo millennio e consistono nella dotazione di un organo proveniente dalla chiesa di Sant’Egidio in Fontanella e nel posizionamento di una bussola sulla porta centrale.
Con la riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II il presbiterio della chiesa superiore viene ulteriormente modificato per renderlo confacente alle nuove norme liturgiche. Vengono eliminati i due altari laterali, in osservanza ad un decreto emanato in occasione della Visita pastorale di mons. Adriano Bernareggi  e in cornu evangelii sistemato l’ambone mentre in cornu epistolae viene sistemato il gruppo raffigurante l’apparizione scultura eseguita da Alessandro Cappuccini, scultore milanese, nel 1947 . Viene infine collocata la mensa per la celebrazione rivolta verso il popolo.
Con gli ultimi lavori di restauro eseguiti all’inizio del terzo millennio, la chiesa superiore, grazie al sapiente lavoro di restauro che ha portato alla luce alcuni frammenti degli affreschi cinquecenteschi che coprivano la volta del presbiterio, alla collocazione di alcuni affreschi strappati in altre parti del Santuario e di alcune tele di pregevole valore, si presenta come uno scrigno d’arte dove antico e moderno ben si integrano tra di loro.
L’esterno della chiesa, anche dopo l’aggiunta delle due campate, si presenta a forma di capanna, con tetto in legno. La facciata in pietra grezza a vista, con le stesse linee architettoniche della precedente, presenta in alto un rosone e ai lati due finestre monofore ad arco. Sopra l’ingresso principale in una lunetta negli anni Ottanta è stato collocato un mosaico raffigurante l’episodio dell’apparizione. Davanti alla chiesa, sul lato a sera,  un ampio sacrato da accesso all’edificio.
 
d)  Il campanile

Quasi al centro del complesso edilizio che costituisce il santuario sopra i tetti si innalza il campanile con la sua cupola a cono. Una costruzione più volte rimaneggiata e alzata nell’arco dei secoli, nella cui cella campanaria ci sono le cinque campane che con il loro suono argentino si fanno sentire in tutta la valle dell’Ambriola e sull’altipiano si Selvino, invitano i fedeli a una preghiera alla Madre del cielo.
Anche la storia della costruzione del campanile merita di essere raccontata in questo paragrafo riguardante la nascita e lo sviluppo del santuario del monte Perello.
Le prime notizie riguardanti la costruzione della torre campanaria le troviamo a partire dalla seconda metà del XV secolo. Bisogna però arrivare alla metà del Cinquecento però per avere notizie più ampie circa questa costruzione. Si sa che il primo campanile era molto più bassa dell’attuale. Esso partiva dal piano della seconda chiesa e la cella campanaria si innalzava poco sopra il tetto della stessa.
La conferma di ciò è data da alcuni resti ancora oggi incastonati nel muro della chiesa superiore dove si vedono ancora murati gli archi delle campane, in pietra viva e ben squadrata, e una trave di legno su cui poggiava la prima campana di cui il campanile era stato dotato in quel periodo.
Con la costruzione della terza chiesa, questo campanile risultava più basso del tetto del nuovo edificio e pertanto si pensò opportuno innalzare il pavimento della base al livello della nuova chiesa e portare la cella campanaria al di sopra del tetto della chiesa. Hanno inizio qui una serie di lavori di innalzamento della struttura, lavori che proseguiranno per circa un secolo con un esborso non irrisorio di risorse finanziarie, come risulta nelle varie registrazioni effettuate nei registri dei conti conservati presso l’Archivio del Santuario.
Percorrendo la lunga storia della costruzione del campanile, come si ricava dagli scritti, balza agli occhi che non si iniziavano mai i lavori senza prima non aver avuta la certezza di un finanziamento e questi sono stati possibili grazie al contributo dei vicini delle due comunità i quali di volta in volta si prendono carico, con promesse prima e con il contributo materiale poi, delle spese per l’attuazione della struttura . Dopo aver avuto assicurazione del contributo, nel 1555 si stende il contratto per l’innalzamento del campanile e in esso vengono descritte tutte le caratteristiche che lo stesso dovrà avere .
L’ampliamento della struttura campanaria proseguirà per alcune decine d’anni. Infatti tra la stipula del contratto e il termine dell’opera si arriva all’ultimo decennio del XVI secolo. Quasi certamente la lungaggine dei lavori non la si dovrà imputare alla mancanza di fondi ma ai disagi del tempo e del luogo. Essendo il luogo impervio e di difficile accesso si sarà potuto lavorare solo nei mesi estivi.
Mentre si procede alla realizzazione del sopralzo del campanile, i Sindaci del Santuario decidono di dotare la struttura di un orologio. Il contratto di acquisto viene firmato il 5 maggio 1597 da Giacomo e Gio Antonio Pulzino Sindaci della Madonna del Perello e al pagamento contribuiscono vari donatori.  e, nella cella campanaria, le due campane: la prima in La3 di Franciscvs de Bvrmio del 1548 e la seconda in Si3 di Marino Fanzago da Clusone, del 1563. La nuova struttura, come la si può ricavare da un dipinto di ex voto e da alcune foto, si presenta abbastanza tozza, con tetto in coppi a quattro spioventi sormontato da una croce in ferro. In quella forma e a quell’altezza il campanile rimarrà fin verso la fine del Settecento quando verrà alzato di un piano e la cella campanaria verrà posta a circa tre metri di altezza più alta. La cella campanaria è ricoperta da un tetto in coppi a quattro spioventi sormontato da una croce, come si può vedere in un ex voto della fine del XVIII secolo.
“… Verso il 1930 la Commissione abusiva composta di soli secolari […] fa rialzare il vecchio campanile di una campata mediante l’otturazione della vecchia cella campanaria e la sopracostruzione dell’attuale con cupola a cuspide […] Nel 1931 furono collocate le campane … . L’opera di innalzamento del campanile viene affidata al geometra Pietro Brozzoni di Costa Serina il quale esegue il progetto. Il disegno viene inviato per l’approvazione alla competente commissione della Curia vescovile la quale non lo approva e chiede che la cupola venga fatta a cono, come la si vede anche oggi. Nel frattempo viene dato mandato alla Fonderia Bianchi di Varese di procedere alla fusione di un nuovo concertino in “La bemolle 3 magg. ” . La fusione viene effettuata nel 1930; l’inceppatura ed il castello di sostegno vengono eseguiti dalla stessa ditta. Il movimento delle campane, le due antiche e le cinque moderne, è ancora manuale come pure manuale è il suono di allegrezza con tastiera.
Il nuovo concerto di cinque campane viene collocato nella nuova cella campanaria mentre le due campane fuse nella seconda metà del Cinquecento vengono collocate nel tamburo aperto sui quattro lati posto tra la cella campanaria e la cuspide della cupola. Queste due campane fuse nel Cinquecento provengono da due diverse fonderie. La maggiore, in “La 3” viene  fusa nel 1548 da Franciscus de Burmio (Sermondi il Vecchio); la minore, in “Si 3”, viene fusa nel 1563 da Marino Fanzago di Clusone . Queste campane che per il loro suono argentino e inconfondibile non sono stare rifuse, fanno sentire ancora oggi i loro rintocchi nella valle dell’Ambriola.
I lavori di ampliamento del campanile, come si vedrà più avanti, saranno motivo di dissapore tra le due comunità che da secoli hanno in affidamento il Santuario.
Possiamo dire che la conservazione delle due campane è stata una decisione molto saggia, non solo perché si è conservato un patrimonio storico di indubbio valore, ma anche perché le due campane cinquecentesche hanno un timbro talmente armonioso, che è impossibile riscontrarne uno simile nei concerti di tanti nostri campanili e il loro suono viene sentito in tutta la vallata. È una delle rarità e caratteristiche del Santuario di Monte Perello.
Anche il campanile, quindi, ha seguito l’evolversi e la trasformazione del santuario lungo i secoli ed ha segnato le epoche della nascita e dello sviluppo di questo luogo benedetto dalla presenza della Vergine Santissima .

e)  Le dipendenze del santuario e i lavori di consolidamento e ampliamento

Scorrendo le pagine dei libri contabili del Santuario redatti dai Sindaci o dai Romiti a partire dal 1500, si può ben dire che il Santuario del Perello, dalla sua fondazione ad oggi è sempre stato un cantiere aperto. D’altronde è normale che fosse così in quanto il complesso del Santuario sorge in luogo impervio, sui ripidi fianchi della montagna e pertanto soggetto a periodici smottamenti del terreno causati da valanghe in inverno e da frane dovute alle abbondanti piogge durante i forti temporali estivi.
Chi arriva al Santuario si trova di fronte ad un imponente edificio che si presenta quasi come una fortezza abbarbicata sul pendio della montagna, dalle linee forti e arcigne, che ben si inserisce nell’ambiente che lo circonda. Questo complesso infatti, non è costituito solo dalle tre chiese ma anche da una serie di edifici che un tempo sono serviti come alloggio per i pellegrini.
In questi austeri edifici e in queste stanze un tempo vi alloggiarono vescovi e sacerdoti, come raccontano le cronache del tempo. In modo particolare  vanno ricordati due episodi importanti: la sosta notturna del vescovo Gregorio Barbarigo e l’utilizzo del santuario come casa di Esercizio spirituali per il clero.
Alcuni anni dopo questa idea viene realizzata dal giovane sacerdote don Francesco Agazzi (1637 – 1721) il quale aveva fondato una casa per esercizi spirituali ad Alzano Lombardo divenuta oramai insufficiente a contenere gli ospiti. Tra il 1583 e il 1664 la casa per esercizi spirituale dei sacerdoti venne trasferita presso il santuario del Perello e qui rimane fino all’inizio del XVIII secolo, poi il luogo viene abbandonato, forse anche per la mancanza di un discreto collegamento viario.
Negli edifici costruiti accanto al Santuario di volta in volta sono stati ricavati ambienti da utilizzare per i Romiti, i Cappellani e i Sindaci oltre ad ambienti da utilizzare per la “Caneva” e la Cancelleria del Santuario.

f) Il romitorio e la stanza dei Sindaci

Certamente i primi locali di alloggio per il Romito erano angusti, ridotti allo stretto necessario, ma con il tempo questi vengono ampliati, arredati e attrezzati del necessario affinché il romita potesse condurre una vita dignitosa. Anche la costruzione, l’ampliamento e l’arredamento dei locali sono ben  documentati nei libri dei conti del Santuario tenuti sia dai Sindaci che dallo stesso Romito.
Di volta in volta questi locali venivano rinnovati e dai semplici due localo che servivano da cucina e camera da letto dove il romito viveva la sua vita privata, pian piano si è passati al piccolo appartamento decente dove hanno vissuto gli ultimi romiti dello scorso XX secolo.
Anche la casa del romito, come il resto del santuario, ha subito alcune vicissitudini come viene descritto nel registro dei conti alla data primo maggio 1644: “… nota fatta dai sindaci di tutte le spese che si fanno sia in chiesa sia nelle case del romito per causa del brusamento cioè incendio seguito il giorno 24 novembre 1643 nella chiesa e casa, assi e calcina, quadrelli, sabbione…” .
Accanto all’abitazione del Romito, al Santuario vi erano anche dei locali adibiti a luogo di riunione e di alloggio per i Sindaci dove questi sostavano e pernottavano quando erano presenti al Santuario . Anche questi locali sono stati più volte ampliati, ammodernati e fornito di quelle piccole comodità che potevano agevolare il soggiorno dei Sindaci.

g) La “Caneva”

La tradizione dell’ospitalità e dell’accoglienza prosegue anche ai nostri giorni nel  ristoro che, al contrario degli spaziosi santuari di pianura, fa parte integrante del sacro edificio ed è indicato con il termine “Canea”, posto negli spazi sopra l’ingresso orientale del santuario.
Ma che significa Canea? Certo, è un termine strano e di difficile spiegazione. Andando al vocabolario italiano, tra le indicazioni date ne troviamo una che potrebbe forse essere adatta: Schiamazzo, gazzarra, quindi luogo del santuario preposto alla riunione conviviale dei pellegrini che arrivano al santuario dove è possibile parlare a voce alta senza arrecare disturbo a chi si reca a pregare. Altra definizione plausibile potrebbe essere la derivazione da cannavaro, cioè l’oste o il trattore che gestiva il luogo di ristoro del santuario. Queste sono delle possibili spiegazioni, ma ne abbiamo trovate altre. Qualcuno sostiene che potrebbe essere la contrazione in dialetto locale del termine cantina. Plausibili qualunque di queste definizioni
Certamente questi locali avevano, e hanno tutt’ora un’importanza nella struttura del Santuario, sia dal punto di vista logistico e di accoglienza che di carattere economico. Nell’arco del tempo, infatti, la Canea è stata più volte ampliata, ristrutturata e resa funzionale, come si evince dai vari interventi e dalle annotazioni di spese sostenute per tenere in ordine questa parte del Santuario . Alla Caneva si fermavano per rifocillarsi i pellegrini che giungevano al Santuario. Dalle poche notizie giunte a noi possiamo dedurre che questo locale era una specie di locanda dove poter mangiare, bere e magari anche dormire a prezzi modici.
Anche la gestione della Canea era nelle prerogative gestionali dei Sindaci del santuario ed erano sempre loro che mettevano a concorso la gestione del locale e dettavano le regole che dovevano essere osservate. Come il resto delle dipendenze del Santuario: romitorio, alloggi ecc., anche questi locali erano aperti durante i mesi estivi e qui si poteva vendere vino, pane e naturalmente companatico. Una parte del guadagno andava poi alle casse del Santuario stesso.
Anche oggi funziona questo locale di ristoro, chiamato con lo stesso nome e posto nei locali posti sopra l’atrio di ingresso del santuario sul lato che guarda verso Selvino e, come allora, ha la funzione di dare alloggio temporaneo ai pellegrini che al Santuario rimangono per il pranzo al sacco e, naturalmente anche la Canea so è evoluta ed oggi, oltre all’ospitalità e a un tavolo per mangiare, dà agli ospiti la possibilità di gustare qualche piatto locale a prezzi modici.
Ai nostri giorni, non esiste più il Romito, del quale si parlerà in un apposito paragrafo, ma a tener pulito e ordinato il santuario  e ad accogliere i pellegrini con un piatto caldo di brodo di carne, un piatto di pastasciutta o un panino con salame nostrano il tutto innaffiato da un bicchiere di vino o una bibita, ci sono gli “Amici del Santuario”, un gruppo di volontari che nel tempo libero prestano la loro opera per mantenere il decoro del santuario, eseguire lavori di riparazione e pulizia, aprire e chiudere la piccola cancelleria dove poter acquistare oggetti sacri riguardanti il santuario, preparare i pasti e servire bevande al bar ai pellegrini che nonostante la comodità della strada ancora in molti qui arrivano a piedi attraverso le mulattiere ancora ben conservate grazie alla costante manutenzione dei volontari.

h) La Via Crucis

Per far si che il luogo dove sorge il Santuario rimanesse sempre un’oasi di pace e solitudine, nel 1936 grazie alla donazione di due sacerdoti bergamaschi: mons. Luigi Bugada parroco di S. Andrea in Porta Dipinta in città alta e don Andrea Bianchi professore presso il Collegio Sant’Aòlessandro di Bergamo, vengono acquisiti gli appezzamenti di bosco ceduo e di prati che circondano il Santuario. L’atto di donazione, redatto dal notaio Cavagnis, nel quale i due sacerdoti facevano: “… dono alle chiese parrocchiali di S. Antonio Abate in Rigosa e di S. Pietro Apostolo in Sambusita per l’oratorio della B. V. del Perello …” degli immobili posti in comune di Bracca Costa Serina censuario di Rigosa,  viene accettato dalla Fabbriceria Parrocchiale nella seduta del 30 dicembre 1936
Grazie a questa donazione è resa possibile la realizzazione della strada di collegamento che dalla località Passata arriva al piazzale antistante il santuario e di molte altre strutture del Santuario, quali ad esempio il percorso della Via Crucis offerta dai coniugi Boffelli – Nessi, origina nari di Bergamo ma residenti a Milano e messa in opera da un gruppo di operai di Selvino.
Le quattordici stazioni, a cui più tardi è stata aggiunta la XV stazione che ricorda la Resurrezione del Signore, sono costituite da una serie di croci lignee di notevole dimensione, circa un metro e mezzo di altezza, e sono poste lungo un percorso di alcune centinaia di metri ben ombreggiato che si snoda attraverso i boschi dal piazzale della terza chiesa e sale verso la strada carrozzabile che dalla Passata porta al Santuario. Le “Stazioni” sono poste a una distanza di circa quindici metri l’una dall’altra su un percorso facile e accessibile a tutti.
L’opera, generosamente offerta permette ai pellegrini di pregare meditando il mistero della Passione e Morte del Signore e ha costituito una novità assoluta per i tanti devoti che arrivano al santuario.
L’inaugurazione della Via Crucis è stata effettuata nell’agosto del 1989 in occasione del Pellegrinaggio parrocchiale di Selvino. Annunciando l’evento, il vicario parrocchiale di Selvino ha sottolineao la qualità del gesto generoso dei coniugi Boffelli-Nessi, ma insieme anche il lavoro volontario svolto dagli operai di Selvino che ha consentito di realizzare una Via Crucis davvero bellissima e stimolante sul piano liturgico.




 
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