Romiti Cappellani e Sindaci - Santuario Perello

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Romiti Cappellani e Sindaci

Il Santuario

Una figura importante che si trovava in tutti i nostri Santuari, specialmente quelli sperduti e posti lontani dai centri abitati, è quella del Romito, cioè del geloso custode del Santuario.   

1. I Romiti del Santuario

Chi erano i Romiti? Il vocabolo romito deriva da eremita, cioè persona, monaco o laico, che vive in luogo isolato e impervio. Con questo titolo nei secoli vennero anche indicati i custodi di santuari isolati in mezzo alle montagne. Anche al santuario del Perello questa figura ha avuto un ruolo importante quale custode e sacrista. Il nostro Santuario è uno dei pochi ove è rimasta a lungo questa figura di uomo che viveva solitario per tutto il periodo il cui il Santuario rimaneva aperto, anche se ai nostri giorni, da quando il luogo religioso è raggiungibile da una comoda strada asfaltata, l’isolamento è molto relativo.
Come già si è scritto, nelle strutture sorte accanto alle tre chiese, fin dai tempi remoti era stato ricavato un alloggio per questo personaggio che riceveva l’incarico di custode. Per lui era allestita una cameretta nel complesso dei vari locali che servivano per il ristoro dei pellegrini, la cosiddetta “canea”. Per l’assegnazione di tale mansione veniva bandito un regolare concorso al quale non tutti erano ammessi poiché i candidati dovevano avere particolari doti non solo fisiche ma anche morali e cristiane. Chi veniva nominato Romito riceveva, dai Sindaci prima e dalla Commissione poi, uno stipendio o anche viveri per il proprio sostentamento, come si ricava dalle spese registrate nei Libri Cassa del Santuario. Egli inoltre era tenuto ad abitare al Santuario durante i mesi di apertura e osservare una serie di norme contenute in un capitolato .
In passato, infatti, il Romito sceglieva una vita solitaria e le sue incombenze non si limitavano solo alla custodia ed alla pulizia del santuario e delle sue dipendenze, ma doveva prestare la sua opera durante il servizi religiosi, magari anche guidare la loro preghiera e le loro devozioni. Soprattutto, questa persona doveva godere della massima fiducia dei sacerdoti e dei Sindici poiché esso si metteva al servizio dei pellegrini, raccoglieva e custodiva le elemosine, attuava opere di carità distribuendo elemosine ai poveri che al sostavano al Santuario e di faceva promotore di opere da realizzarsi al Santuario.
Che fin dai primi decenni della costruzione del santuario, ci fosse un romito a Perello è confermato sia da una tradizione orale che da antichi documenti e la presenza, l’importanza e l’opera dei romiti, nel Santuario del Perello, la si evince soprattutto nei libri cassa redatti soprattutto a partire dal XVI secolo e conservati presso l’Archivio del santuario. Da questi scritti nei quali i vari romiti annotavano meticolosamente entrate ed uscite, celebrazioni di Sante Messe con relativo nome del celebrante, e avvenimenti vari accaduti al santuario, possiamo trarre spunti per conoscere a fondo la vita di questi uomini che hanno dedicato la loro vita al culto della Vergine e al decoro del Santuario.
La scelta del Romito e l’assegnazione dell’incarico non era fatta superficialmente. Infatti, questa importante carica era elettiva ed il candidato doveva godere della fiducia e della stima dei Sindaci del Santuario dai quali veniva scelto tra una rosa di candidati che presentavano la richiesta per ricoprire questo incarico. Essendo questa carica elettiva, ogni qualvolta si procedeva all’assegnazione dell’incarico si doveva redigere un atto notarile. Questo ci ha permesso di conoscere il nome di molte persone che hanno svolto questo incarico al Santuario della Madonna del Bosco Perello a partire dalla seconda metà del XV secolo. Per alcuni di questi personaggi ci è pervenuto solo il nome, di molti altri invece anche il cognome o il casato di appartenenza, la paternità e il luogo d’origine.
Come possiamo leggere sia negli atti notarili che nei resoconti di cassa e negli inventari redatti soprattutto in occasione della cessazione dall’incarico e del passaggio delle consegne, nell’arco dei secoli ci troviamo di fronte ad esempi di romiti che hanno esercitato questa loro missione addirittura per decenni ed alcuni oltre al tempo dedicato gratuitamente a questa incombenza, hanno lasciato alcuni oggetti a ricordo del loro passaggio. Come si potrà vedere anche da alcune lapidi poste all’interno del Santuario, nonostante l’edificio mariano fosse amministrato dalle parrocchie di Rigosa e Sambusita, molti di questi personaggi provenivano da altre parrocchie della valle.
Diamo ora uno sguardo ad alcune figure eclatanti di questi personaggi.
Il primo nome di Romito presente al Santuario di Santa Elisabetta al Boscho lo troviamo in un atto notarile dell’ultimo di marzo 1474: Giovanni fq. Alberto de Rosis de Valtellina . Questo romito rimarrà al Santuario per circa 16 anni. Infatti il suo nome compare per l’ultima volta in un documento del 1490 . Come si può notare, il romito non doveva essere necessariamente nativo del luogo, anzi, nell’arco del tempo, specialmente tra il XV e il XVII secolo ne troviamo molti provenienti addirittura da fuori provincia, o come si dice “da Milano” visto che la Valtellina in quei secoli dipendeva dal Ducato di Milano
Il secondo Romito di cui è certa la presenza, quasi certamente nativo del posto stando al cognome, è Giovanni figlio del fu Toni de Grigis, attestato a partire dal 1510 . A Giovanni de Grigis succederà un certo Pietro figlio del fu Antonio de Dulzonibus de l’Ambria .
Rimanendo nel periodo del Concilio di Trento troviamo come romito del Perello un certo frate Filippo figlio del fu Gio Drigi de Noris di Rigosa che rimarrà in questo incarico per almeno una ventina d’anni e riceverà la Visita apostolica del cardinale di Milano Carlo Borromeo .
Come si può notare la maggior parte dei Romiti esercitavano questa professione per molti anni di seguito, però a partire dal 1600 abbiamo alcuni casi di personaggi che hanno dedicato la loro intera vita al Santuario e non solo. Tra quanti hanno svolto la mansione di Romito del Perello tra il 1600 e l’inizio del 1700 ce ne sono almeno un paio che meritano una citazione speciale non solo per la lunghezza del periodo in cui sono rimasti al Santuario, ma anche per il contributo dato utilizzando delle proprie risorse per dotare il Santuario di mobili o vasi sacri.
Il primo è: “ …Pietro Boneti dal paiaro stette e qui per remito per 35 anni de anni 80…”. Pietro Boneti sarà romito al Perello dal 1620 al 1655. Dopo il breve periodo nel quale svolge le funzioni di custode Vincenzo Antonio Boccardi di Ardesio, arriva in Santa Maria del Bosco un altro abitante del Pagliaro al quale spetta la palma del più lungo periodo di servizio. Questo romito è da ricordare sia per il lungo servizio da lui prestato al Santuario sia per alcuni preziosi oggetti da lui donati. Si tratta di Giovanni de’ Benedetti nativo di Pagliaro che rimase come romito per ben 48 anni (1660 – 1708). Una lapide, posta su una finestra della chiesa, ricorda ai posteri questa figura di uomo e di cristiano impegnato.
Di lui, nel Santuario sono conservati alcuni ricordi acquistati con il frutto dei suoi risparmi. A  sue spese egli fece costruire una cassapanca in abete, ancora oggi conservata in sacrestia, sulla quale è inciso il suo nome e la data di costruzione (1685). Nel 1701, inoltre, per suo voto fece dono al Santuario di un calice cesellato , di un turibolo e una navicella, sempre in argento cesellato.

Molte volte si pensa ai romiti come ad uomini rozzi, solitari, privi di cultura e solo capaci di lavoro di manovalanza. Il romito Benedetti sfata questa teoria. Doveva essere certamente un grande lavoratore, una persona scrupolosa dedita al suo compito con passione, timorato di Dio e in possesso di una certa cultura. Infatti, a partire dal luglio 1679 redigerà un inventario che aggiornerà per vent’anni e che, controfirmato dai Sindaci del periodo, verrà allegato alla relazione inviata dal parroco di Rigosa al vescovo Ruzzini in occasione della Visita pastorale del 1699.
Da questo inventario redatto in bella grafia si può evincere la consistenza delle suppellettili sacre, i vari lavori di manutenzione e  di abbellimento e l’acquisto di nuovi oggetti che hanno arricchito il patrimonio di sacrestia del Santuario .
A partire dalla seconda metà del XV secolo sono almeno una quarantina i Romiti che hanno custodito il Santuario della Beata Vergine del Perello, dei quali ci è pervenuto il nome attraverso i libri contabili e i libri cassa conservati nell’Archivio del Santuario (vedi tabella). Certamente, per svariati motivi, qualcuno mancherà all’appello, però siamo certi che tutti quelli che hanno svolto questo incarico lo hanno fatto nello spirito di servizio. Anche se ricevevano una piccola retribuzione, come si ricava dai libri cassa, certamente non lo hanno fatto per scopo di lucro, anzi, come abbiamo letto in varie relazioni, erano talmente distaccati dal denaro che in molti casi utilizzavano la loro retribuzione per acquistare oggetti di arredo o vasi sacri utili al luogo sacro.
Quella del Romito al Santuario del Perello non era certamente una vita facile. Anche se durante la chiusura invernale non dimorava al Santuario, di tanto in tanto doveva recarvisi per controllare eventuali danni e, fino alla metà del Ventesimo secolo le vie di comunicazione tra Rigosa, Sambusita e il Santuario non erano delle più comode. Fino all’Ottocento c’erano solo dei sentieri nei boschi e solo più tardi sono state costruite prima la mulattiera e poi la più comoda strada. Per arrivarci si doveva utilizzare un mulo o “il cavallo di San Francesco” magari trasportando sulle spalle roba da utilizzare.
Dall’apertura alla chiusura del Santuario, cioè da aprile a novembre, doveva vivere in solitudine la maggior parte delle giornate e utilizzare anche parte del suo tempo per girare nei paesi per la questua in favore del Santuario. Il lavoro certo non mancava e non si poteva annoiare: pulire gli edifici sacri, fare manutenzione agli edifici, procurarsi la legna per il camino.
Eppure, nonostante tutto questo, nell’arco dei secoli non sono mai mancati concorrenti per assumere questa carica, come si può osservare leggendo i verbali redatti in occasione dell’assegnazione dell’incarico. Certamente non faceva gola la misera retribuzione, ma la devozione alla Madonna e il servizio alla propria comunità .
Nel XX secolo l’incarico di Romito pian piano perde un poco del suo valore spirituale e la persona scelta diventa più un custode che, grazie anche ai migliorati mezzi di comunicazione si sposta facilmente dal paese al Santuario partendo la mattina e rientrando la sera.
L’ultimo “Remet” del Santuario è stato Pietro Merelli detto Merlì che, aiutato dalla moglie e dai familiari, ha svolto il suo incarico con fede, bontà e cordialità fino a pochi giorni prima della morte avvenuta nel 1976.

Romiti del Santuario di Perello


1474 – 1494, Giovanni de Rosis di Valtellina
1510 – 1523, Giovanni fq Toni de Grigis
1536, Pietro de Dulzonibus de l’Ambria
1546, prete Nicolino, Nicola
1563, frate Giacomo de Basellis de Poscante
1563 – 1583, frate Filippo de Noris di Rigosa
1615 – 1618 Francesco Carrara di Albino eremita morto al Perello
1618 Pietro di Girardi di Pagliaro
1620 - 1655 Pietro di Boneti dal paiaro stette e qui per remitto anni 35 de ani 80
1657 Vincenzo Antonio Boccardi di Ardese
1660 29 novembre – 1706 Gio Benedetti di Pagliaro (1674 iscrizione lapidea su finestra e lapide in chiesa)
1710 Francesco Rota della Valle San Martino
1729, Francesco Arrigone
1733, Giovanni Conti
1733 Carlo Antonio Pulzino
1744 Benedetto Falconi
1688 3 Luglio suffragio dell’anima di Pietro Girardi eremitto
1825 Francesco Ghirardi morto a Perello
1826 Girolamo Minossi di Sambusita
    ?   Bartolomeo Milesi
1870 Gian Battista Manzoni
1873 Elia Pulcini
1879 Acerbis Daniele
1887 Antonio Marconi di Francesco di Rigosa
1900 Geremia Ghirardi
1901.1903-1907 Dionisio Noris
1907-1911 Andrea Ghirardi
1911.12-14 Gio Pietro Acerbis
1914 – 1915 Andrea Ghirardi
1926 – Pietro (1930  dati da Milesi Pierino a voce) - 1967
Bonini Battista 1940
Marconi Enrico 1967-1970
Merelli Pietro 1970-1975
Noris Bortolo e Acerbis - 1975 1981-1983
Ghirardi Michele 1986-1990
Pulcini Renato e Bianchi Maria 1990-2000
Ghirardi Pietro 1994-1993-1992-1991
Ghirardi Giovanni Battista di Rigosa detto capo –
Milesi Pietro detto Pierino di Sambusita 2000 -
Maniglia Luigi dal 2011

2. I cappellani del santuario

Altra figura importante del Santuario è quella del Cappellano, cioè del sacerdote che doveva presiedere le celebrazione dei sacri riti e accogliere i pellegrini che al Santuario volevano riconciliarsi con Dio attraverso il sacramento della Penitenza.
Anche se solo per i mesi di apertura estiva, un cappellano al Santuario dellla B.V.a Santa Elisabetta al Bosco del Perello  non è mai mancato e viene documentata la sua presenza già a partire dal XVI secolo. Nei mesi di chiusura il sacerdote risiedeva in una delle due parrocchie ed aiutava il curato di Rigosa o di Sambusita. E quando, a causa della mancanza di sacerdoti non c’era il cappellano, a celebrare le funzioni religiose erano alternativamente i parroci di Rigosa o di Sambusita.
La presenza dei sacerdoti quali cappellani e i relativi dati anagrafici si possono leggere sia nei libri cassa che nella “Vacchetta di Sacrestia” cioè il registro dove l sacerdoti annotavano, e annotano tutt’ora il proprio nome dopo la celebrazione delle Sante Messe.
Come il Romito, anche il cappellano veniva eletto dai Sindaci del Santuario e con gli stessi il sacerdote pattuiva il compenso che annualmente veniva a lui corrisposto per la sua presenza e la sua opera nel Santuario. Un esempio di ciò lo troviamo nel “Libro cassa della Chiesa del Bosco di Perello dal 1695 al 1732”. Qui si legge che il cappellano, don Pietro Acerbis nel 1735 era stato retribuito con lire 505 per il suo servizio al Santuario . Naturalmente, anche se la nomina del cappellano era di pertinenza dei Sindaci del Santuario, questa doveva sempre essere approvata dall’Ordinario. Infatti il decreto di nomina veniva inviato alla Curia vescovile di Bergamo per l’approvazione e non si conoscono casi di mancata convalida, da parte del Vescovo, delle decisioni prese dai Sindaci. Dopo l’introduzione del decreto di mons. Piazzi con il quale si ridimensionava il potere dei laici nella gestione del Santuario, la nomina del cappellano passa direttamente alla Curia vescovile la quale, fino a quando ci sono sacerdoti disponibili nomina in genere un sacerdote diocesano. Con il passare del tempo e il diminuire delle vocazioni, vengono a mancare i sacerdoti. Per far fronte a tale mancanza e non far mancare mai un sacerdote al Santuario, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento si affida l’incarico ad uno dei coadiutori presenti nelle parrocchie di Sambusita o Rigosa. Perdurando il problema e dovendo togliere anche i coadiutori parrocchiali, prima si affida l’incarico di cappellano a qualche parroco delle parrocchie vicine poi a qualche istituto religioso come si può notare osservando la tabella.
Scorrendo l’elenco di questi sacerdoti che hanno prestato il loro servizio religioso in Santa Maria a Santa Elisabetta lungo i secoli, e sono più di settanta nell’arco di circa tre secoli e mezzo, si può notare che una buona parte di essi erano nativi di Rigosa, Sambusita o dei paesi limitrofi e tra essi, specialmente tra il XVIII e il XIX secolo, sono molti i sacerdoti appartenenti ai vari rami del casato degli Acerbis.
Tra i cappellani, nell’arco dei secoli non sono mancati anche sacerdoti, pochi in verità, che qui conducevano vita eremitica. In genere non erano sacerdoti diocesani ma ecclesiastici provenienti da altre diocesi o appartenenti a qualche comunità religiosa che qui si ritiravano, o venivano inviati, perché conducessero una vita di preghiera e penitenza.
Di uno di questi eremiti, presenti è giunto a noi il nome: “… frate Giacomo figlio di Francesco de (Basellis, Bosellis?) de Poscante …” , presente al Sanuario di Santa Maria del Besco nel 1563.

Cappellani  Santuario del Perello (dal XVII al XIX sec)

1658 - 1660 don Giulio Gherardi di Selvino (visita barbarigo)
1663 - 1673 pre Giovanni Sonzogni (zonane sonzonio)
1669 - Giovanni Antonio Zanardello de Zonio
1666 -  pre Antonio Ghirardi (Marenzi) ?
1674 - 1676 don Bartolomeo Bonzi (boncio)
1683, 84… 87-91-92 -  don Bartolomeo Merelli curato di Miragolo
1693-1703 -  Pre Ventura Girardi cappelano di Salmeza e curato di Rigosa
1678 - Pre Francesco Tamburini
1679 - 1683 -1688 -1699 -1700 -1701 -1703  don Pietro Donadoni di Nese
1702 - 1704-1706-1711 don Agostino Pasquinelli di Bracca
1712 -  don Giacomo Giupponi
1713 - 1722 - don Francesco Carrara
1723 - 1733 - don Agostino Pasquinelli di Bracca
1734 - 1738 - don Giovan Maria Acerbis
1739-1745 - don Pietro Acerbis
1746-1767 - Pre Sebastiano Damiani
1771 - Don Giuseppe Ghirardi di Rigosa
1776 - Don Carlo Antonio Brumana
1805 - don Gb Gerardi (de gerardis) Gherardi di Rigosa
1807-aprile 1818 -  don Giovanni Gritti di Miragolo S. Salvatore
Aprile 1818 Don Giovanni Cortinovis
1821 – 23 - don Giovanni Cantini
1823 - don Acerbis Pietro forse poi parroco a Miragolo S. Marco
1823 - don Agusti Bernardo
1824  - don Gaetano Acerbis
1826 - 1827  don Angelo Vitali di Stabello
1829  - don Gaetano Acerbis
1831 - don Giuseppe Ghirardi
1838 - don Michele Mosconi di leffe
1842-1845 -  don Francesco Gelmi
1846 - 1854 Don Giuseppe Angelini di Zogno
1854 - Rota don Andrea
1855-1869 - don Giuseppe Ghirardi  di Rigosa
1869 - don Adamo Bottagisi
1870 - don Giuseppe Todeschini e don Rinaldi di Zogno
1871 - don Ferdinando Pauzzi, poi parroco a Miragolo S. Marco dal 72 al 78
1872- 1876 - don Giuseppe Ruggeri vic. Parr.e di Sambusita
1877 -  don Isacco Giudici di Camerata, anche vic. Parr.le di Sambusita
1879 - Don Rinaldi di Zogno e Don Cornetti di Cornalba
1880-1882-  parroco di Sambusita don Zambelli
1883 - don Gugliemo Carini
1884-1886 - don Marinoni Giacomo, anche vic. Parr.le a Rigosa
1886 - don Filippo Massi
1887-1889  - don Imberti Battista
1889-1891 - don Pesenti Andrea
1891-1896 - don  Rinaldi Martino di Zogno               ? Martinelli
1897-1898 - don Quistini
1898 - Don Bonini Giovanni di Rigosa
1899 - Don Brignoli di Peia
1901-02 -  Arrigoni don Francesco
1903 - Palazzi don Tobia
1904-05 -  Frattini don Antonio
1906 – 1911-1912 -  don Angelo Locatelli
1912-13 -  Mazzoleni don Cesare
1914
1915 -  don Lazzaroni
1916 - parroco di Sambusita
1917 - parroco di Rigosa
1918 - parroco di Sambusita e P. Cappuccino
1927  - Ceroni don Battista di Lepreno
1928-32 - Ruggeri don Giuseppe
1935 - parroco di Rigosa don Gritti Giovanni
1934 - Don Carlo Locatelli
1936 - Zuffi don Alessandro di Calolziocorte
1937 - don Gussalli - parroco di Rigosa
1938   -  Mangili don Pietro
1944 - don Valentino Merelli di Sambusita
1947 - don Rocco Astori parroco di Miragolo S. Marco
Anni 1950 - Padri Dehoniani di Albino,
1954 - p. Adolfo Perego dehoniano e altri
1955-1975 - Preti del S. Cuore di Bergamo circa 30 anni, don Battista  Manzoni
1975- 1993 - don Antonio Epis di Frerola di Algua, prete del S. Cuore di Bg
1994- 1996 - Padri Sacramentini di Ponteranica
1997-            - don Valerio Ghilardi di Selvino

3. I Sindaci

Chi erano i “Sindici”, della Chiesa, delle Scuole o, nel nostro caso del Sanuario?
Laici eletti a rotazione a tale carica dai membri della parrocchia o della Scuola, con il compito di amministrare le entrate consistenti nelle offerte o le elemosine e di decidere le varie spese. Questi personaggi avevano un buon potere all’interno della società e tante volte, contravvenendo anche a regolamenti o statuti, cercavano di mantenere tale carica anche ricorrendo a accordi non proprio trasparenti. Se poi il patrimonio o le elemosine da amministrare, come lo era ad esempio per il Santuario di Santa Maria del Bosco, logico pensare che chi arrivava a questa carica facesse di tutto per mantenerla il più a lungo possibile.
Volendo parafrasare il vecchio adagio: “non cade foglia che Dio non voglia”, si può ben dire che fin dalla sua fondazione il Santuario del Perello è sempre stato governato dai “Sindici del Santuario”, laici che forti di autorizzazioni provenienti sia da Roma che da Bergamo, sono stati in pratica i veri “padroni” dell’amministrazione economica e tante volte spirituale del Santuario e nulla veniva fatto senza il loro benestare.
Era talmente forte il potere e l’ascendente di questi personaggi sulla gente del posto da non aver paura ne degli interventi dei vescovi diocesani che dei due curati di Rigosa e Sambusita.
Elemosine, lasciti testamentari, prestiti e livelli passavano dalle loro mani e da loro erano amministrati talvolta anche senza molti scrupoli favorendo talvolta famiglie o persone a loro legate di parentela. Nonostante questo favoritismi parentali, bisogna però dire che in ultima analisi il tutto aveva come obbiettivo il bene economico del Santuario.
Naturalmente questi comportamenti non proprio corretti più volte sono stati segnalati dai sacerdoti che erano alla guida delle due comunità dalle quali il Santuario dipendeva ecclesiastica mento i quali  esponevano a loro volta all’Ordinario di quanto accadeva nell’amministrazione economica della Visitazione di Maria a Santa Elisabetta.
Anche il Vescovo diocesano, più di una volta è intervenuto in questo campo ed è emblematico l’intervento tenuto dal vescovo Giovanni Emo dopo la Visita pastorale del 1615 il quale ha minacciato di interdetto e di scomunica i Sindaci se non avessero obbedito ai suoi decreti e all’ingiunzione di fare rendiconto delle entrate ai curati di Sambusita e Rigosa .

a) Le bolle papali di Alessandro VI (1498) e Urbano VIII (1626)

La presenza di questi amministratori delle offerte e dei lasciti del Santuario è certificata din dalla seconda metà del XVI secolo e da quanto si può evincere da alcuni documenti, come ad esempio  un rogito notarile del 1474, quasi certamente nei primi decenni dopo l’apparizione l’amministrazione del Santuario non era così regolamentata ed era affidata solo a membri della comunità di Sambusita . Questa situazione è plausibile stante l’ubicazione geografica del Santuario, appartenente civilmente e, fino al distacco della comunità di Santa Maria alla Lanchetta, anche ecclesiasticamente a Sambusita. Fino a quando le due comunità sono state ecclesiasticamente unite, il problema della condivisione della gestione economica del Santuario non si poneva, però dopo il distacco di Rigosa dalla Chiesa matrice di San Pietro e la definizione dei confini parrocchiali, il Santuario va a cadere sotto la giurisdizione ecclesiastica della parrocchia di S. Maria alla Lanchetta e da qui la pretesa dei vicini di Rigosa di avere voce in capitolo nell’amministrazione del Santuario e ben presto la nascita dei primi contrasti tra le due comunità.
Per redimere questi contrasti interviene in un primo momento il Vescovo di Bergamo con proprio decreto, ma gli abitanti del posto, non contenti, si appellano a Roma. Si ha così l’intervento del Papa del tempo, Alessandro VI, il quale con Bolla Pontificia del 1498 conferma alcuni privilegi già concessi dal Vescovo di Bergamo ai Sindaci o Reggenti del Santuario e ne affida l’amministrazione a una commissione di laici paritetica formata da rappresentanti delle due parrocchie di Rigosa e Sambusita.
Nonostante l’intervento papale, che dava ampia facoltà ai quattro Sindaci, sia in campo economico che in campo prettamente religioso,  le controversie tra le due comunità, ma anche tra i due curati di Rigosa e Sambusita, non si sono mai placate tanto da dover fare intervenire nuovamente la Curia Romana per cercare di calmare gli animi e dare direttive ben precise circa la conduzione del Santuario. Si arriva così all’emanazione di una seconda Bolla Pontificia emanata da Papa Urbano VIII nel 1626.
Con questi decreti pontifici in pratica la gestione del Santuario viene completamente delegata ai laici, prima denominati Sindaci del Santuario e poi Commissari per la gestione del Santuario ed infine Fabbricieri.

b) Il tentativo di mons. Speranza del 1860 e la riforma del regolamento degli anni Sessanta del XX secolo

A metà Ottocento, perdurando la conflittualità tra i parroci e i Sindaci del Santuario e per cercare limitare lo strapotere dei Sindaci, interviene il vescovo mons. Pierluigi Speranza al quale, come scrive nel suo decreto si erano rivolti: “…I Reggenti la Chiesa dedicata a Maria Vergine ed a S. Elisabetta di Perello Parrocchia di Rigosa e Sambusita con supplica 23 luglio 1860 promossero querela di lesione de loro diritti contro i R.di Parroci di detti luoghi in punto alla giurisdizione parrocchiale sulla Chiesa suddetta di Perello ed all’esercizio delle funzioni ed altri ministeri spirituali nella chiesa medesima …”. Attraverso un proprio decreto, emanato il 2 maggio 1861 cerca di riformare le competenze spettanti ai Sindaci e ai due parroci.
La soluzione proposta dal Vescovo, però, viene rifiutata dai Sindaci e questa presa di posizione viene sostenuto sia dalle Amministrazioni Municipali che dai capifamiglia dei paesi di Rigosa e di Sambusita. Tale rifiuto, motivato con quanto sancito delle Bolle pontificie di Alessandro VI, Urbano VIII e da alcuni decreti dell’Ordinari diocesani, viene inoltrato al Vescovo prima che questi effettui la Visita pastorale nel Vicariato di Selvino .
Anche questo ennesimo tentativo fallisce e la conduzione economica e religiosa del Santuario di S. Maria in Perello rimarrà nelle mani dei laici fino all’inizio del XX secolo e ci vorrà un graduale lavoro di persuasione e un intervento dei Vescovi diocesani perché avvenga un passaggio morbido dai laici ai sacerdoti, attraverso tappe che pian piano hanno visto passare l’amministrazione del Santuario prima a una commissione mista di laici sotto la supervisione di un sacerdote nominato dall’Ordinario, in genere nella figura del Vicario foraneo di Selvino, e poi nelle mani dei sacerdoti che erano alla guida delle due comunità.
Con questo cambio l’amministrazione economico e religiosa passava ai parroci i quali ad anni alterni avevano la completa responsabilità della conduzione del Santuario. Ma non è che questo cambio abbia portato enormi benefici … anzi! Ciò che faceva il parroco di Sambusita non andava bene ala parroco e ai parrocchiani di Rigosa e viceversa. Pertanto le liti sono continuate ancora per alcuni decenni.
Purtroppo, anche a causa dell’indecisionismo dei Vescovi diocesani, il problema non è stato mai preso seriamente. Si è sempre cercato di delegare al Vicario locale e al buon senso dei parroci e dei parrocchiani, buon senso che però mancava. Inoltre fino al periodo episcopale di mons. Giuseppe Piazzi non si è mai provveduto a stilare un regolamento ben preciso. Per avere questo importante strumento che soddisfacesse sacerdoti e laici, deve intervenire mons. Piazzi con un proprio decreto il quale, taglia la testa al toro e toglie definitivamente la presidenza della Commissione paritetica dalle mani dei due parroci dandola a un sacerdote indicato dal Vicario Foraneo di Selvino al quale la commissione di gestione del Santuario doveva fare annuale rendiconto.
Con l’accorpamento delle due parrocchie tutto anche questo problema viene completamente risolto e a tutt’oggi alla buona gestione del Santuario ma soprattutto la manutenzione dello stessa è affidata a volontari di ambedue le comunità che lavorano d’amore e d’accordo.

c) Lo strapotere dei Sindaci del Santuario e la conflittualità con i parroci di Rigosa e di Sambusita

Lo strapotere dei Sindaci del Santuario, ai quali grazie alle Bolle pontificie e ad alcuni Decreti dei vescovi diocesani, era demandato il compito non solo di amministrare i beni materiali ma anche quello di sottoporre al Vescovo il candidato ad assumere la carica di cappellano, la scelta di chi invitare alle celebrazioni della Messa solenne il giorno della Festa dell’Apparizione e dei sacerdoti predicatori, ha sempre creato una conflittualità con i parroci delle due parrocchie che avevano la giurisdizione ecclesiastica sul Santuario, cioè Rigosa e Sambusita. Questa continua conflittualità non ha certo giovato al buon governo del luogo sacro e nemmeno alla elezione di uomini moralmente irreprensibili.
Infatti, una delle peculiarità che doveva contraddistinguere i Sindaci delle “Scuole”, della Chiesa o, nel nostro caso del Santuario, doveva essere l’irreprensibilità della vita morale e religiosa. Di questo se ne fa interprete anche il Vescovo Giovanni Emo il quale, dopo la Visita pastorale del 5 maggio 1615 scriverà nei suoi decreti riguardanti il Santuario del Perello: “…li sindici … siano  e rinnovati ogni due anni et li due popoli che concorrono al governo di questa chiesa cioè Rigosi e Sambusita procurino sempre di eleggere persone habili, per bontà e moralità et atti a questo governo…”
Purtroppo però questa irreprensibilità chiesta dal vescovo nella maggior parte dei casi è venuta meno, e nonostante il decreto vescovile non ci sono mai stati interventi, sia da parte del clero locale che dei parrocchiani, per impedire l’elezione di uomini  moralmente reprensibili a questa carica così ambita.
I Sindaci del santuario venivano eletti dal convocato dei vicini di Sambusita e Rigosa , però a questa carica, come si può notare scorrendo i vari atti notarili, concorreva quasi sempre i membri delle stesse famiglie delle due parrocchie. Quella di Sindaco era una carica che dava non solo visibilità pubblica ma anche un forte potere economico e politico. Infatti, forti della libertà a loro concessa dalle autorità ecclesiastica, i Sindaci del Santuario potevano agire a loro piacimento in ogni campo. Oltre che amministrare le ingenti somme di denaro che, grazie ai lasciti testamentari, alle offerte e soprattutto agli interessi provenienti da fitti e livelli, avevano mano libera nella scelta dei cappellani, dei romiti e dei sacerdoti che di volta in volta venivano incaricati di celebrare le Sante messe al santuario.
Questo strapotere e questa possibilità di disporre a loro piacimento del potere loro concesso dalle Bolle pontificie, alle quali ben se ne guardava di andare contro il Vescovo diocesano, hanno prodotto purtroppo molte irregolarità nella gestione dell’ingente patrimonio del Santuario ed una certa bramosia da parte dei Sindaci i quali, incuranti delle norme contenute nei regolamenti si erano costituiti quasi come una associazione a delinquere dove le famiglie di appartenenza dei vari Sindaci si spalleggiavano l’un l’altra e facevano si che a rotazione uno dei membri entrasse a far parte del quadrunvirato dei Sindaci per quel biennio.
Tutto questo naturalmente non piaceva agli abitanti do Rigosa e Sambusita i quali, specialmente nel XVII, più volte hanno chiesto di mettere fine a questa gestione quasi familiare del Santuario del Perello. Ne fa ad esempio fede un Rogito notarile del 1620, redatto in occasione di un convocato dei vicini di Sambusita e Rigosa per discutere sul governo e l’amministrazione della Chiesa di santa Maria Elisabetta del Perello. I vicini si dissero concordi nell’eleggere un revisore dei conti nella figura del rev. Don Vincenzo Tiraboschi curato di Cornalba e il notaio Cosmo con ogni libertà di rivedere i conti e amministrare e levare gli errori e gli abusi. Nello stesso tempo viene deciso anche che i Sindaci vengano eletti ogni due anni a rotazione: due rimangono e due vengono cambiati. Naturalmente saranno sempre 2 vicini di Rigosa e 2 di Sambusita .

d) E per concludere …

Concludendo bisogna però dare atto che, nonostante le mancanze, gli intrallazzi, l’introduzione degli interessi privati nell’amministrazione delle sostanze del santuario per ricavarne benefici personali, i vari Sindaci che nel corso dei secoli hanno occupato questa carica, hanno fatto il loro dovere ed hanno sempre annotato entrate ed uscite sui registri contabili del Santuario.  Di questo ne fanno fede i vari faldoni ben conservati presso l’Archivio del Santuario conservati presso l’Archivio parrocchiale di Rigosa.
Possiamo ben dire che a partire dall’inizio del Cinquecento, sono segnate tutte le spese sostenute per la costruzione, l’abbellimento e le riparazioni dei vari edifici del luogo religioso o delle pertinenze adiacenti. È grazie a queste annotazioni che sono pervenute a noi le date di costruzione delle tre chiese, del campanile e di molti altri edifici che compongono il complesso del Santuario di Santa Maria del Perello.
Specialmente in occasione del cambio di gestione, dovuto all’elezione annuale per il cambio della metà dei quattro sindaci, nei registri ci viene fatta una fotografia dei beni del Santuario con un particolareggiato inventario .  

 
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